I rifiuti infettivi rappresentano una categoria particolare di scarti. Il loro smaltimento richiede attenzione e competenza. Un errore di gestione può avere conseguenze dirette sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulla sicurezza dell’operatore. Per questo motivo occorre seguire procedure rigorose e approfondire cosa siano; come sia possibile riconoscerli e quali regole vadano seguite per trattarli adeguatamente.
Come si smaltisce un rifiuto infettivo?
Lo smaltimento dei rifiuti infettivi non dovrebbe mai avvenire attraverso i normali circuiti dei rifiuti urbani o dell’indifferenziato. Facciamo attenzione quando ne produciamo in casa. La procedura corretta prevede alcune fasi precise, che vanno rispettate:
- i rifiuti infettivi devono essere raccolti, immediatamente dopo la produzione, in contenitori rigidi o semirigidi, talvolta chiamati ecobox(in cartone o plastica) i quali hanno al proprio interno dei sacchi a norma, resistenti alla perforazione e chiaramente identificabili dagli operatori addetti. La raccolta dedicata dello scarto infettivo è imprescindibile;
- l’imballaggio e la chiusura devono essere definitivi. I contenitori preposti non possono subire riaperture o travasi;
- lo stoccaggio è consentito solo per tempi limitati, e in spazi dedicati. I rifiuti infettivi vanno separati dagli altri e devono essere accessibili esclusivamente al personale autorizzato a maneggiarli;
- possono effettuare il ritiro soltanto le aziende specializzate e iscritte all’Albo Gestori Ambientali, con mezzi di trasporto autorizzati e idonei;
- il trattamento finale avviene, generalmente, tramite incenerimento in impianti autorizzati. A seconda della tipologia di rifiuto infettivo, è possibile anche procedere mediante sterilizzazione seguita da distruzione.
Che cos’è un rifiuto infettivo e come si riconosce
Il termine rifiuto infettivo si applica a tutto quel che contiene, o potrebbe contenere, agenti biologici patogeni in grado di trasmettere infezioni. Sebbene i rifiuti medici di base siano considerati infettivi nella quasi totalità dei casi, non si tratta di una definizione limitata al solo ambito ospedaliero.
Il criterio chiave per riconoscere i rifiuti infettivi è il rischio biologico. Tutto ciò che sia stato a contatto con sangue, secrezioni o materiale potenzialmente infetto, deve essere trattato come rifiuto infettivo. In caso di dubbio, la regola è di trattare lo scarto come infettivo e gestirlo di conseguenza. Queste stesse direttive si applicano consuetamente nello smaltimento dei rifiuti sanitari.
Sono tipicamente considerati infettivi garze; bendaggi; tamponi contaminati da sangue o fluidi biologici; aghi; siringhe e strumenti taglienti usati, in quanto a rischio infezione per puntura. Nello stesso insieme rientrano anche materiali monouso provenienti da attività sanitarie, veterinarie o di laboratorio, nonché rifiuti derivanti dall’assistenza domiciliare a pazienti con malattie infettive.
Qual è la normativa che regolamenta lo smaltimento dei rifiuti infettivi?
Il quadro normativo italiano in materia di gestione dei rifiuti infettivi è piuttosto preciso. I principali riferimenti sono i seguenti:
- il cosiddetto Testo Unico Ambientale (Decreto legislativo 152/2006), che fornisce il quadro generale sulla gestione dei rifiuti e sulla responsabilità del produttore, senza entrare nello specifico;
- il Decreto del Presidente della Repubblica 254/2003, relativo ai rifiuti sanitari. Esso definisce cosa siano i rifiuti infettivi oltre a decretare come vadano raccolti, conservati, trasportati e smaltiti;
- le norme ADR (Accord Dangereuses Routes), stilate dalla UE al fine di regolare il trasporto su strada di merci pericolose, inclusi i rifiuti infettivi.
La normativa quadro stabilisce tre principi fondamentali. Chiarisce quale sia la responsabilità del produttore; obbliga a una tracciabilità completa e insindacabile; si pone l’obiettivo prioritario di tutelare salute e ambiente. Il mancato rispetto delle regole comporta sanzioni amministrative. Nei casi più gravi, entrano in gioco anche responsabilità penali.